Les biches

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Ci sono donne con le quali tutto sembra aleggiare, fin dalle prime parole e sensazioni, nella beata dimensione del flirting. E chi ami il flirting e trovi una donna capace di leggerezza, humor, arte del teasing, innuendos, cose dette e cose taciute, ha scovato una perla rara. Tutto sembra fluttuare e sorridere: e si spera che questa dimensione magnetica duri per sempre: meglio: quasi per sempre. E’ però nell’assenza, quando si ritorna presso se stessi, che si scopre quasi con sorpresa, certo con un piccolo sgomento divertito e turbato, che quella stessa donna che pareva confinarsi alla dimensione del gioco ti ha lasciato in sorte il suo profumo scuro, il calore sprigionato dalla nuca e dall’onda dei capelli, qualcosa verso cui andare ma anche qualcosa dalla quale si proviene, una cuna calda e buia e felice, una sensazione di angora dove affondarsi. Le donne così non sono soltanto le flirteuses, cui dobbiamo luce e grazia; sono le seduttrici, e quando ce ne si accorge si è già perduti.

(La sublime foto della sublime Romy Schneider è di Giancarlo Botti)

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La ninfomane e il talismano

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Il film più atteso del 2014 (lo era? lo è? io ho visto una versione in streaming, nelle sale non è ancora uscito) si chiama Nymphomaniac. Perché così atteso? 1. Perché il regista Lars Trier (il von se l’è aggiunto lui) ha fama di artista originale e provocatore (un po’ come lo era Fassbinder ai suoi tempi). 2. Perché il tema è la ninfomania e per un tema simile non c’è bisogno di comunicazione e marketing. 3. Perché in Italia nessuno lo voleva distribuire (contiene molte scene hard). Film scandalo per i benpensanti e censura scandalo per i più aggiornati.

La storia è molto semplice: Regno Unito, oggi. Un signore anziano esce di casa in una sera di pioggia e trova una donna ferita e dolorante, a terra in una strada. La ospita a casa, e lei si mette a raccontare la sua vita, segnata dalla ninfomania con tutto il cursus honorum e la via crucis che ne conseguono. La cornice non fa mai parte del plot, funge da ricapitolazione e digressione; tranne che negli ultimi due minuti, in cui succede qualcosa che vorrebbe essere un colpo di scena, ma che in realtà (purtroppo) era prevedibile già dalla prima mezz’ora (il film dura 4 ore).

In quattro ore si fa in tempo a cambiare idea più volte. All’inizio ero molto scocciato. Il signore anziano contrappunta la storia della ninfomane con una serie di considerazioni numerologiche, filosofiche, teologiche, musicologiche, di una banalità sconcertante. La serie di Fibonacci, la polifonia di Bach, la citazione freudiana del bambino come essere perverso polimorfo sono un catalogo della cultura in pilloline, un intonaco di cultura sotto quale ci sono muri di cartone (che si intravedono eccome). Ma soprattutto la serie di avventure sessuali di Joe (la protagonista) inanella episodi didascalici che sembrano la versione hard delle inimitabili avventure di Rocambole che leggevo da bambino. Ad ogni stazione è facilissimo prevedere la stazione successiva: il rimorchio sul treno, il capufficio competitivo, il cretino che non sa di far parte del catalogo e lascia la moglie per trasferirsi da Joe, i colpi di frusta e di frustino eccetera eccetera eccetera, in una litania di perversioni e di algolagnie che chiunque abbia avuto una vita sessuale un po’ varia conosce perfettamente. Più la colonna sonora con la Sonata di Franck che ritorna puntuale e il Requiem di Mozart messo lì grossolanamente (Trier aveva già fatto strame del Preludio del Tristano in un suo film precedente). Più la citazione sonora (Shostakovich) di Eyes Wide Shut. Più la citazione visiva di Melancholia. Più un bel po’ di scene in cui la camera balla narcisisticamente su e giù.

Ma… ma detto così sembra un film non riuscito. E’ invece un film di grande valore (non è un capolavoro nel senso in cui Viridiana o L’Atalante lo sono; ma è un film importante) perché la banalità didascalica (che arriva a perle imbarazzanti come “The secret ingredient to sex is love” o “If you have wings, why not flying”) è la forma di una narrazione che ha per contenuto se stessa: e cioè la banalità coattiva e ripetitiva della vita di una sex addict. Per questo il film, che pure ha spesso un tono di umorismo delizioso, crea una spirale narrativa in cui forma e contenuto coincidono: e questa spirale scende, scava, ferisce, sconvolge l’interiorità dei personaggi, ne tocca i nervi e li fa gridare. Il racconto di Joe va dalla notte all’alba, ma mentre il sole batte il suo primo raggio su una parete di mattoni noi siamo precipitati nel mistero del dolore.

Io ho conosciuto un certo numero di donne con un’addizione seriale al sesso, più un paio di ninfomani nel senso “clinico” della parola. Le scene di perversione che si vedono nel film io le ho viste, e più volte, nella vita: tutte: e in tutti i casi, come nel caso di Joe, il meccanismo è sempre quello: desiderio, appagamento, senso di colpa, volontà di sprofondare da cui rinasce il desiderio, appagamento, senso di colpa, e così via in una infinita sequela di ripetizioni. Una delle donne alle quali sono stato più vicino nella mia vita mi ha detto un giorno: “Lo sai che cosa è per me il sesso? Lo schifo, lo sporco. E la necessità e il piacere di immergermi sempre più a fondo in quello schifo”. Nella scena più forte del film, Joe dirà a un gruppo di riabilitazione cui tenta di aderire: “I’m not like you. I am a nymphomaniac, and I love myself for being one, but above all, I love my cunt and my filthy, dirty lust”.

Come Trier arrivi a questa dolorosa complessità non so: per quattro ore vediamo cose prevedibili, ascoltiamo dialoghi per lo più moralistici, non ci facciamo mancare niente (compresa la lievitazione e le apparizioni nel momento dell’orgasmo). Eppure tocchiamo in modo sempre più profondo quel luogo, invisibile perché gli occhi lo rifiutano (la sessualità della ninfomane è una sensualità cieca, in cui la visione ha una parte minima), in cui il bisogno primario di ciascuno di noi chiama insieme violenza, dolcezza, innocenza, crimine, egoismo, dedizione, e a tutto ciò dà la forma, in sé ovvia, della copulazione. Forse il modo in cui tutto questo si invera è la qualità della recitazione: Trier è riuscito a spremere da un gruppo di attori bravissimi una qualità straordinaria di identificazione e di connotazione. Tutti, persino i comprimari, recitano con un’evidenza e una intensità senza pari: Charlotte Gainsbourg e Jamie Bell più di tutti.

All’inizio del proprio racconto, Joe dice all’anziano signore che l’ha raccolta: “I’ll have to tell you the whole story. And it will be long. And moral, I’m afraid”. La dimensione di apologo morale è sempre presente: perché la radice della dipendenza sessuale è il senso di colpa e perché le conseguenze di essa producono sempre fenomeni, chiamiamoli così, anti-sociali (nessuna delle donne più o meno ninfomani che ho conosciuto aveva la fedina penale del tutto pulita). Ma paradossalmente il film arriva a una forma di pietas che ne è l’esito più alto. Gli erotomani (come, in tutt’altro ambito, i seduttori) si fiutano da lontano, si riconoscono, si chiamano: non possono, alla fine, che prendersi per mano e discendere nel gorgo oscuro. In una scena terribile, Joe tortura un uomo portando alla luce il suo segreto nascosto, la sua perversione più abietta (non dico quale). Gli distrugge la vita, e quando lui si è completamente scoperto lei gli si avvicina e lo porta al piacere: “I suppose I sucked him off as a kind of apology”. Quell’uomo e quella donna non sono più, a quel punto, due solitarie maschere tragiche. Si sono sfiorati, si sono capiti. Adesso per loro valgono i versi di Montale:

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto si esprime libera un’anima ingenua,
vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

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Briscola per Granduchesse

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Ci sarà un nome per questo oggetto misterioso? C’è, ed è marque-atout (cosa che lo rende ancora più misterioso). Ci sono molti giochi di carte, come la Belote, dove la scelta o l’estrazione di un seme lo rende prevalente sugli altri: in questo caso la couleur de l’atout dev’essere prodotta e ricordata ai giocatori.

Ora, la cosa avviene anche nella Briscola: ma se è vero che la Briscola va giocata su tavolacci di legno massello in una qualche osteria della Bassa, fra bestemmie e saggezze, da giocatori baffuti e intabarrati con le nebbie a meno 5 gradi fuori, là, nelle campagne infinite, e un fiasco a conforto d’ogni perdita ma persino d’ogni vincita, allora il seme prescelto andrà segnato con uno sguizzo di gesso sul tavolaccio.

Ma se a giocare sono Granduchesse pietroburghesi sul limitare delle ultime ore dell’Impero, su pouf di seta rosa e col carlino in grembo che riposa fra le code d’ermellino, quale altro modo di segnare la couleur de l’atout se non il meraviglioso oggetto di Cartier del 1907 in vermeil, argento, quarzo rosa, pierre de lune, smalto grigio-blu translucido su un fondo superbamente guilloché, smalto opaco bianco, nero e rosso? Premendo il niveo ditino sul pulsante, la giocatrice selezionava l’atout fra i sorrisi generali (molto trattenuti perché, col tempo, non si formassero le rughe).

Di lì a 12 anni, sarebbero finiti tutti (Granduchesse e consorti e amanti) in cantine, fatti a pezzi dai rivoluzionari, o esuli in Francia coi soldi della vendita degli ultimi smeraldi, a guidare taxi e a servire a tavola. E forse è stato giusto così; ma un oggetto tanto sublimemente inutile e tanto miracolosamente bello, tanto fiero della propria futilità e tanto, come dire, impertinente, è bene che si sia salvato, e che irraggi ancora la propria aura, che in riproduzione lo fa simile a un totem, al simbolo arcano di una religione segretissima e ormai indecifrabile. A Parigi l’ho visto esposto, 10 giorni fa, alla mostra di Cartier presso il Grand Palais.

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Venezia in technicolor

Summertime-Katharine-Hepburn-Rossano-Brazzi

Tutti hanno visto Vacanze romane con l’incantevole Audrey Hepburn; pochi hanno visto Tempo d’estate, di due anni dopo (1955) con l’altra Hepburn, Katharine: ma l’assunto non è dissimile, e rivisto iersera Summertime, il cui regista è David Lean, serba un suo piccolo incanto. Katharine è Jane, la classica segretaria dell’Ohio che si avvicina gloriosamente alla cinquantina e visita Venezia alla ricerca di romance, amore, emozione, musica, notti stellate con fuochi d’artificio, serenate in gondola, bicchieri di vetro soffiato da riportare oltreoceano perché figurino in bella vista (di fianco alla foto del campanile di San Marco) sulla credenza. Non ci potrebbe essere luogo comune più atroce, ed è il punto di partenza per tutta una serie di altri luoghi comuni: il bambino intelligente che cerca di spillare denaro alla turista, il tuffo imprevisto nel Canal Grande, l’orchestrina del caffè concerto, la pensione frequentata da anglofoni spietatamente ritratti, le meravigliose tinte saturate del technicolor anni Cinquanta (chiunque ami Venezia sa che è una città dalle infinite sfumature di un grigio luminoso: questa è invece sgargiante, squillante, esultante di colori), e soprattutto Renato, il Latin Lover, che nel film è Rossano Brazzi dallo sguardo languido, dalle posture sempre un po’ impacciate e dai capelli argentati sulle tempie (naturalmente bisogna vedere il film in lingua originale, altrimenti si perde l’irresistibile accento italico dell’inglese di Brazzi).

E così la segretaria dell’Ohio, con tutta la pruderie americana connessa all’ultima speranza di non rimanere zitella per sempre, trova quel che cerca, fra sospiri e timori e tremori e il giusto tasso alcoolico e la luna specchiata nei canali e le calli deserte ricetto agli amanti. Ma… ma il Latin Lover è sposato, e quando Jane lo scopre il castello di sogni va in frantumi. Bene: qui il film si riscatta, perché invece di offrire la solita mammola moralistica di cinquant’anni fa, con il seduttore italiano che in qualche modo si redime (ma lasciare la moglie non può. Che farà? Andrà in bianco per “rispettarla”?), compie una brusca virata sul tema del desiderio. Renato lo dice esplicitamente: quello che può offrire è la passione fisica, è una felice avventura fatta di gondola nights e amplessi voraci, dopo di che lei tornerà nell’Ohio e lui tornerà dalla moglie. E Jane che fa? Jane fra mille angosce e rimorsi accetta, e si gode le sue giornate di felicità prima di correre alla stazione, in tempo per non pentirsene.

Mi ricordavo di aver visto Summertime tanti anni fa, ma non ricordavo questa esplicitazione della tematica sessuale, così inconsueta negli anni Cinquanta (dove il desiderio è un tema che gremisce la cinematografia, ma collegandosi quasi sempre alla dimensione morbosa e patologica, qui totalmente assente). Tutto cambia di segno quando Jane capisce ciò che può avere, non solo ciò che non può avere, grazie a Renato: e scegliendo di regalarsi quell’effimera gioia esce dal ritrattino prevedibile e diventa una donna vera, con la complessità delle sue contraddizioni, con la sua vulnerabilità e il suo coraggio. Di più: proprio il fatto che Jane scelga di vivere le sue gondola nights le scioglie addosso una specie di poison dolce-amaro, che ne connota di malinconia la figura. Jane viene dalla solitudine e va verso la solitudine: e quel che c’è in mezzo sono le illusioni che scegliamo di perseguire sapendo che sono tali e che la fine incalza. Un filmetto d’evasione anni Cinquanta diviene così una delicata, triste riflessione sulla natura illusoria del sentimento, sull’amore fisico che prende il posto del sentimento quando il sentimento vuol prendere il posto dell’amore fisico: e David Lean (tutti coloro che abbiano visto il suo capolavoro, il meraviglioso Brief Encounter, lo sanno) è un maestro di queste ambagi, di queste sospensioni malinconiche dell’interiorità. Riesce persino a rendere espressiva Katharine Hepburn, un mezzo miracolo.

Infine: Venezia nei film ha mille volti diversi, da Visconti a Roeg, da Fellini a Reitz. Per me la Venezia più bella resta la Venezia Paramount di Ernst Lubitsch, e le scene veneziane con le quali inizia Trouble in Paradise sono fra le cose più mirabili mai girate con una macchina da presa.

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I gioielli

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Oggi è così: leggo le Chansons de Bilitis di Pierre Louÿs e arrivato a questa, che fa parte degli Epigrammi dell’isola di Cipro, mi vien voglia di tradurla (come conosceva bene le donne, lui!). Ecco il tentativo. La semplicità neogreca dell’originale è difficile da rendere. Si legga con benevola tolleranza.

Les bijoux

Un diademe d’or ajoure couronne mon front
etroit et blanc. Cinq chainettes d’or, qui
font le tour de mes joues et de mon menton,
se suspendent aux cheveux par deux larges
agrafes.

Sur mes bras qu’envierait Iris, treize
bracelets d’argent s’etagent. Qu’ils sont
lourds! Mais ce sont des armes; et je sais
une ennemie qui en a souffert.

Je suis vraiment toute couverte d’or. Mes
seins sont cuirasses de deux pectoraux d’or.
Les images des dieux ne sont pas aussi riches
que je le suis.

Et je porte sur ma robe epaisse une cointure
lamee d’argent. Tu pourras y lire ce vers:
“Aime-moi eternellement; mais ne sois pas
afllige si je te trompe trois fois par jour.”

I gioielli

Corona la mia fronte stretta e bianca
una ghirlanda d’oro traforata.
Cinti ho le gote ed il mento da cinque
monili che due spille sospendono ai
capelli.

Sulle mie braccia tredici bracciali
d’argento son stretti. Iris, m’invidia!
Quanto pesano! Ma son le mie armi;
già ne ha pianto una nemica.

L’oro mi copre davvero. Sui seni
è una corazza d’aurei pettorali.
Gli dèi non han ricche sembianze pari
alle mie.

Reco una fascia sull’abito greve
in lamina argentea. Leggivi i versi:
“Amami per sempre, ma non ti affliggi
se ti tradisco tre volte ogni giorno.”

(La foto è di Jeanloup Sieff)

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